Difendere la privacy è possibile

Di questi tempi ci viene ripetuto fino alla nausea: la privacy non esiste più.

Siamo nell’era del web 2.0, dell’internet of things, della geolocalizzazione ovunque e dei social network in cui noi stessi pubblichiamo notizie e foto che fino a qualche anno fa ci saremmo vergognati di far conoscere anche ai parenti più stretti.

C’è chi questa cosa l’ha intuita e ci ha costruito sopra un impero facendoci miliardi di dollari, Google e Facebook in primis.

E proprio loro stessi, guardando i loro bilanci sempre in attivo, ci dicono che l’era della privacy è finita, o che se non vuoi che qualcuno sappia qualcosa non dovresti farla.

Ma questa situazione è inevitabile? Non c’è davvero modo di opporsi a quello che viene definito un cambiamento culturale?

Non proprio. Questa immagine infatti fa molto riflettere

Google Streetview

L’Europa su Google Streetview – Cliccate per ingrandire

L’immagine mostra la copertura di Google Streetview in Europa, e quello che salta immediatamente all’occhio sono i due grossi buchi di Germania e Grecia.

La Germania è una nazione in cui la privacy ha sempre avuto un’attenzione elevatissima, molto probabilmente dovuta al periodo pre-unificazione in cui la Stasi operava un controllo assoluto su tutti i cittadini dell’Est (e non solo), come raccontato ad esempio nel bellissimo film Le vite degli altri.

Il Garante Privacy tedesco quindi reagì molto male quando si scoprì che le Google Car che giravano le strade raccoglievano anche dati in modo illegale, e oltre ad una multa molto salata impose grandi limiti alla pubblicazione dei dati proprio su Streetview.

Analogamente anche la Grecia ha ostacolato molto, e si vede bene dall’immagine, l’attività di Google. Chiedendo dettagli puntuali sull’uso dei dati raccolti dalle auto, e ponendo limiti e funzioni di rimozione per la loro pubblicazione.

Queste due nazioni dimostrano che è possibile imporre un limite all’attività apparentemente senza limiti dei giganti del web. E il limite può e deve essere imposto proprio in difesa dei propri cittadini.

Ma il resto dell’Europa?

La Commissione Europea è al lavoro da diverso tempo su un Regolamento Privacy (che ricordo, a differenza di una Direttiva è immediatamente esecutivo per gli stati membri) che sia in grado di recepire la necessità di difendere maggiormente i dati personali dei cittadini europei. Sia imponendo regole di trattamento più rigide, sia prescrivendo multe molto salate per violazioni o diffusioni illecite.

Anche perché, ed è bene ricordarlo, sia le due aziende di cui ho parlato all’inizio, sia innumerevoli altre sono tutte aziende statunitensi. Paese dove la sensibilità nel trattamento dei dati personali è molto minore, e spesso messa in secondo piano rispetto a logiche economiche più stringenti.

Naturalmente, visti gli altissimi interessi economici in gioco (basti pensare proprio ai bilanci dei big come Google o Facebook) i lavori vanno avanti tra mille ostacoli.

L’Italia, come gli altri stati, aspetta ovviamente la pubblicazione di una policy europea, anche se è sempre bene ricordare che il Codice Privacy Italiano è uno dei più avanzati a livello europeo, arrivando a definire addirittura la protezione dei dati personali come diritto fondamentale:

Art. 1. Diritto alla protezione dei dati personali
1.Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano.

Non di ogni cittadino, ma di ogni persona.
La privacy è un diritto fondamentale di chiunque.

Anche in questi tempi di cambiamento culturale è sempre bene pensare a quanto sono importanti i nostri dati personali, a quanto in fondo raccolgono tutta la nostra vita.

Quindi ha ragione Schmidt a dire che se si vuole mantenere una cosa segreta, sarebbe meglio non farla.

Ma sta anche a noi difendere e trattare con cura le nostre informazioni personali, proprio perché i primi a essere danneggiati da una loro diffusione, i primi a sottovalutare un diritti fondamentale, siamo proprio noi.

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